Storia

I Sanniti, popolo bellicoso e forte, conquistarono tutte le città della Campania fino ad arrivare nel territorio latino nei pressi di Ardea. I Campani, abituati all’obbedienza verso altri padroni, si sottomisero subito al loro comando fino a quando Silla, dittatore dei Romani, visto che tale potenza metteva in serio pericolo la stessa Roma, li affrontò in combattimento. Tale fu la sua collera che fece uccidere tutti i prigionieri e disse che aveva appreso dalla sua esperienza che nessun Romano avrebbe potuto vivere in pace finche c’erano i Sanniti. Molte città Sannite furono distrutte e rese a piccoli villaggi o addirittura scomparse come bovianum aesernia teleria. Solo beneventum e venusia mantennero la loro importanza.. La lotta tra i Sanniti e i Romani è durata circa tre secoli . Famosa è stata la battaglia persa dai Romani sconfitti nella gola di gaudio vicino all’odierna Benevento dove i Sanniti costrinsero i loro nemici a passare sotto il giogo di lance (le forche caudine ). Tito Livio scrisse: “i Romani furono mortificati sia nel fisico che nello spirito, la sconfitta non fu più grande dell’umiliazione (..)”. Lo Strabone narrava che intorno ai Sanniti c’era una tradizione sulla loro discendenza secondo cui i Sabini, da lungo tempo in guerra con gli Umbri, avevano fatto il voto di consacrare tutto ciò che sarebbe stato prodotto nell’anno agli dei. Sopravvenuta una carestia, si rese necessario consacrare i figli. Promisero ad Ares che i figli nati in quell’anno, una volta adulti, sarebbero stati sacrificati facendoli emigrare. Dopo qualche anno, un gruppo seguì un toro che si sdraiò nel paese degli Opici mentre un altro gruppo seguì un lupo dando vita alla tribù degli Irpini …

Periodo longobardo

Dopo la caduta dell’Impero Romano, l’Italia fu invasa da barbari, franchi e da popolazioni germaniche. L’Impero Romano si divise in Impero d’Occidente con capitale Milano e l’Impero d’Oriente con capitale Costantinopoli. Nel Cinquecento furono i Longobardi a dare un primo assetto territoriale e servendosi della vecchia burocrazia romana divisero i territori 36 ducati tra cui quello di Benevento, che risulterà il più vasto, oltre che il più rinomato e longevo (ne faceva parte anche Avellino). Rozzi e violenti, i Longobardi praticavano riti in onore di Aladino che i Cristiani consideravano satanici. Nacque in questo periodo la leggenda delle streghe tuttora viva nella nostra comunità. Successivamente i Longobardi per opera del papa Gregorio Magno abbandonarono il paganesimo e abbracciarono la religione cristiana, costruendo chiese e monasteri. Contribuirono notevolmente al trasferimento di numerose reliquie. Fu costruita la chiesa di Santa Sofia, la turris ayonis, (l’attuale Torrioni) in difesa di Benevento. Il regno longobardo cadde nel 776 per mano di Carlo Magno, che liberò la capitale Pavia. I Normanni, approfittando della rivalità tra il ducato di Benevento e quello di Salerno, ottennero ampi insediamenti dando vita alla dominazione normanna e al feudalesimo.

Il palazzo di Federico II in territorio beneventano

Era nota la passione dell’ imperatore Federico II nell’innalzare rocche, palazzi e castelli nel suo regno a scopo di difesa, di diporto e soprattutto come testimonianza di potere. Il territorio beneventano, tuttavia, risulta piuttosto carente di strutture simili, forse perché il rapporto dell’Imperatore con Benevento, città di tradizione pontificia, era caratterizzato da forti tensioni e da drammatiche vicende. Nonostante i Beneventani godessero di privilegi, favorirono l’ingresso delle truppe pontificie in città, in assenza dell’imperatore. Queste occuparono molti centri nei dintorni della città (Ceppaloni, Apollosa, Castelpoto, Torrecuso, Montesarchio, Montefusco ecc). La situazione degenerò allorquando il figlio naturale di Federico II Enzo sposò Adelaisa erede del patrimonio della Sardegna, che vantava i diritti sull’isola mentre secondo lo Stato Pontificio era un suo feudo. Il Pontefice Gregorio scomunicò IX Federico II il quale a sua volta dichiarò decaduto il potere del papa assediando Benevento e – successivamente – distruggendola. Pare che durante queste vicende Federico soggiornò in un vecchio edificio detto “casino del principe” posto nella contrada Cubante, nel territorio del comune di Calvi a poche miglia da Benevento. Una testimonianza dell’archivio segreto vaticano riporta i testi di un processo svoltosi nel 1272 dopo la morte di Manfredi. Nel 1266 – vi si legge – furono ripartiti i nuovi confini dei territori pontifici intorno Benevento. In esso inoltre si afferma che il territorio del Cubante era possesso di S. Sofia fatta eccezione per il palazzo che fu fatto edificare da Federico II. In esso si fa riferimento anche ad altre richiami toponomi nelle vicinanze dell’edificio federiciano come Rogerola (l’antica nuceriola), Paduli, San Giovanni a Marcopio, Santa Maria de Vico, (Ginestra) S. Agnese, ecc.

Il brigantaggio tra S. Giorgio, S. Nazzaro, Calvi e Tufo

Il brigantaggio fu la conseguenza di un male sociale che scoppiò in seguito alla precaria situazioni economica in cui venne a trovarsi la popolazione più povera costretta a lavorare per grossi proprietari terrieri. Con lo scioglimento dell’esercito borbonico e con il congedo di migliaia di soldati fu attuato il piano di Francesco II re delle Due Sicilie di organizzare bande armate contro il nuovo governo sabaudo. Uno dei più grandi e sanguinari personaggi del brigantaggio beneventano fu il colonnello Michele Caruso di Torremaggiore (Foggia). Di fede borbonica e antiliberale era crudele al punto da sparare a mal capitati solo per controllare il funzionamento delle pistole. Gli sono attribuiti più di 100 omicidi. Fra questi, quello del 6 ottobre 1863 si distinse per efferatezza. A San Giorgio la Montagna uccise 5 persone solo per provare la pistola con la polvere da sparo appena acquistata. Tradito dalla sua amante fu fucilato dall’esercito piemontese il 13 dicembre 1863 nel largo di porta Rufina a Benevento . Una piccola banda era comandata dal venticinquenne Giovanni Roberto di San Nazzaro Calvi, renitente alla leva. Vi presero parte tre uomini: il ventisettenne Salvatore Mottola di S Nazzaro, il ventiduenne Angelo Manna contadino di Contra da Sciarra di Sant’Angelo a Cupolo, e Salvatore De Figlio di ventinove anni bracciante di S. Giorgio la Montagna. Inoltre, in caso di bisogno prestavano saltuariamente la loro opera , quando liberi dai lavori dei campi, tutti i contadini della zona. Caporal Roberto organizzatore della sollevazione contadina contro il governo piemontese nell’agosto del 1861, nella zona del Cubante compresa tra i comuni di Apice e S. Nazzaro affrontò un impegnativo scontro contro le guardie nazionali di S. Giorgio la Montagna presso il bosco Cobeuti, in cui morirono quattro briganti. Le autorità di pubblica sicurezza lo indicarono come capobanda e lo sottoposero a giudizio. Tuttavia l’omertà dei compaesani e la deposizione favorevole resa nei suoi confronti dal trentunenne Vincenzo Mercurio ,alle cui dipendenze Roberto prestava la sua opera di bracciante, fece prosciogliere caporal Roberto in istruttoria anche se non per questo venne meno alla sua attività brigantesca che continuò fino all’agosto del 1863. Altro compaesano di caporal Roberto era Carmine Ranauro detto Sturzo. Tradito da un certo Carmine Spinelli per £200, fu arrestato dalle guardie nazionali di San Giorgio la Montagna e fucilato. Di solito i briganti prendevano di mira i grossi proprietari terrieri a cui sottraevano denaro e cibo. Alcuni di questi come gi appartenenti alle famiglie Bocchini, La Monica, Cozza, Zolli, Lanzotti e Riola, più quelle di San Martino Cerza e Rainone, di idee liberali, secondo un piano ben definito, dovevano essere soppresse. Un nutrito gruppo di persone organizzarono la cospirazione in favore del re Borbone. Più volte la stessa guardia nazionale di San Giorgio la Montagna fu assalita da una folla tumultuosa: quaranta persone circa tra cui Francesco e Giuseppe Boniello, Emanuele Boniello, Ferdinando Fucci, Michelangelo Fucci, Tommaso Chiavelli, Domenico Fonzo di Antonio, Domenico e Gaetano Taranto, Antonio Festa soprannominato Pizzolone, Felice Lardieri, parteciparono all’insurrezione di Tufo e di Prata. Gli invasori piemontesi consideravano le popolazioni meridionali alla stregua di selvaggi e le terre come colonie da conquistare con qualsiasi mezzo. “questa e affrica altro che Italia! I beduini ,a riscontro di questi cafoni sono latte e miele” scrisse al Cavour il generale Enrico Cialdini, distintosi per crudeltà nei confronti della popolazione il 14 agosto del 1861 a Benevento. Nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni le truppe piemontesi scontrandosi con elementi della banda Giordano entrarono nelle case degli abitanti e massacrarono tutti donne bambini anziani e anche i simpatizzanti sabaudi.

L’immigrazione

A San Giorgio i primi fenomeni emigratori si hanno all’incirca alla fine del 1800 quando novanta persone circa emigrarono in America dividendosi fra la parte settentrionale (Philadelphia, New York) e quella meridionale (Venezuela, Brasile e Argentina).Il picco massimo di emigrazione si raggiunge verso il 1950 . Le prime emigrazioni venivano gestite da agenzie e mercanti senza scrupoli che andavano girando nei paesi e in campagna e invogliavano i giovani con promesse per una vita migliore ad emigrare all’estero. Considerati alla stregua di merce di grossi proprietari, in molti casi venivano trattati come schiavi e spesso veniva tolto loro il passaporto per impedirli di ritornare…

La leggenda del drago

Anticamente miti e leggende erano popolate da mostri dalla forza soprannaturale. I più potenti erano i draghi, creature con il corpo di serpente, le zampe di lucertola e gli artigli di falco. Secondo la tradizione occidentale la loro estinzione risale al Medioevo dove prodi cavalieri cercavano gloria uccidendoli. Molto celebre è la leggenda di San Giorgio, che visse in Palestina e fu decapitato a Nicomedia per ordine di Diocleziano intorno all’anno 287 d.C. Nel XII secolo la leggenda secondo la quale San Giorgio giunto a Silene (Libia) dalla Cappadocia uccise un drago in procinto di divorare una principessa legata ad uno scoglio fu narrata dai Crociati di ritorno dalla Terrasanta. Giorgio divenne santo e fu scelto come patrono dell’Inghilterra da Edoardo III nel 1348. Antonello Castiglione nativo di Montefusco nel XV secolo si distinse per un’impresa simile. Vi era nel bosco Perrotta, fra Montefusco e Benevento, un terribile e feroce drago che uccideva tutti i viandanti, limitando il transito di merci tra la città e tutte le altre parti del regno. Nessuno osava avventurarsi nei paraggi e le popolazioni locali pregavano che qualche valoroso guerriero le liberasse da quell’incubo. Un cittadino di Montefusco, Antonello Castiglione proprietario del bosco e degli attigui territori decise di affrontare il dragone. Dipinse su una parete della sua casa una figura di drago somigliante a quello vero e cominciò ad ammaestrare una muta di cani incitandoli ad avventarsi contro il mostro dipinto. Il 15 giugno 1421 durante la festa di San Vito invocando l’aiuto di Dio montò a cavallo e armato di lancia arco e frecce portò con sé i cani nel bosco Perrotta. Le prime frecce scagliate contro il drago andarono a vuoto, i cani si scagliarono nella lotta ma furono sbranati. Antonello Castiglione stava per essere ucciso quando sentì le campane della chiesa di San Francesco suonare. Quel suono fu la sua salvezza: si rianimò e fece voto di donare parte dei suoi beni al convento di San Francesco se il Santo lo avesse aiutato in quel mome????A ? Annto. Fatto il voto, per grazia di Dio onnipotente e per intercessione dei beati Francesco, Vito e Giovanni, perforò con la lancia la testa del drago. Il ritorno di Antonello a Montefusco fu un viaggio trionfale tra acclamazioni e benedizioni. Però per l’emozione o per qualche ferita riportata sopravvisse di due soli giorni alla sua vittima . Fu sepolto con grande onore nella chiesa di San Francesco. Le spoglie del drago rimasero per alcuni giorni a Montefusco appese alle mura del convento di S. Francesco poi, per ordine del viceré, fu portato a Napoli affinché anche la popolazione della capitale tantum horrendum spectaculum videret.

L’albero delle streghe 

In una notte di luna piena dell’anno 590 (o forse 591), nella valle del fiume sabato, poco distante dal lento scorrere delle sue acque e dalla città di Benevento, centinaia di fiaccole accese si muovono intorno ad un albero, un noce secolare posto al centro di una ampia radura. Qua e la fuochi di lampo, alimentati con vigoria, sprizzano scintille ed accendono l’atmosfera già calda del raduno. Il duca Zottone è morto. Il suo corpo, composto da guerriero nell’armatura da battaglia, è la sul feretro in attesa di essere inumato con le sue armi, con il suo cavallo ed i suoi cani da caccia. Quella notte i guerrieri longobardi, nobili e plebei, festeggeranno in suo onore, danzeranno e si ubriacheranno di birra, la cervogia, o della forte bevanda locale, il vino, preparando la strada al loro duce per il paradiso di Wotan, l’empireo dei guerrieri germanici nel quale Zottone il longobardo continuerà a vivere e guerreggiare, tra walchirie prosperose e battute di caccia al cinghiale. Il campo è pieno di guerrieri, aldi e di servi. Qua e la sacerdotesse fornite, di spirito sacro e profetico, adorne di monili e bracciali serpeggianti, danno consigli e responsi, mentre, i servi apparecchiano ed infilzano sugli spiedi i maiali da arrostire ed altri spillano birra e vino dalle botti rotolate li fin dal mattino. Uomini in armi, lucenti di sprazzi di luna nelle armature lamellariche coprono tutto il corpo, divise in due parti come se fossero vesti, stanno in cerchio intorno ai fuochi, osservando i sacrifici e il giocolieri, scolando corno su corno di birra, calice su calice di vino, mentre le fiamme giocano sui loro volti riflettendoli e spiccandoli nell’oscurità. Gli alti elmi di ferro, sormontati dalla calotta semisferica e dal cimitero di coda di cavallo, sono a terra, di fianco ai guerrieri che mangiano e bevono in maschia baldoria. Qualcuno, più brillo degli altri, da spettacolo di abilità ruotando nell’aria la grande spada a due tagli, contro un nemico invisibile nell’oscurità, oppure saettando con maestria le sue frecce le pelli di montone appese, a mo di bersaglio, ai rami del noce sacro. I servi latini corrono di qua e di là agli ordini imperiosi dei guerrieri e le skalks, le schiave, subiscono le carezze violente dei padroni, senza potersi ribellare al clima orgiastico e scatenato della notte. Al culmine dei bagordi le sacerdotesse chiedono il silenzio con fare ieratico all’albero sacro, per compier gli ultimi onori al nobile duca. Il noce, per i popoli nordici e l’albero più redditizio. Lassù al nord, come la quercia, esso da legno per scudi e lance. Il frutto è un cibo di riserva il suo olio serve per le lucerne e per il condimento. Un’antica saga longobarda canta di Ulrico ed Hanna … dietro l’ombra di un noce, in un verdeggiante pratello …….ritrovare lo stesso albero, nella nuova patria, per i longobardi e segno divino … i poveri cattolici che, sbigottiti, da lontano osservano queste viste, le ritennero apparizioni demoniache e periodiche,… che le notturne danzatrici cariche di bracciali dorati, in quelle notti di tregenda ….. apparivano qua e la con fronti cornute, tra i rami fronzuti del noce pagano e sotto forma di una vipera maledetta.

La leggenda di Mazzo Mauriello e dell’Uria

Questo folletto un pò dispettoso ma buono è un portafortuna, si dice che fosse lo spirito di un bambino morto senza battesimo. Questo spiritello secondo alcune persone si diverte a lanciare sassi e a muovere gli oggetti in casa. Oltre agli spiriti buoni vi sono anche quelli cattivi come il caso dell’Uria. Non si conosce cosa sia questa Uria di certo questa potenza malefica si avverte nella notte, quando all’improvviso ci si sente toccati sulla punta dei piedi e si rimane immobilizzati, senza riuscire nemmeno a gridare e con la spaventosa sensazione di avere addosso un macigno. Tuttavia ci sono degli esorcismi per impedire a questa ombra di entrare in casa: basta mettere davanti all’uscio una scopa di migli o una spazzola. L’Uria infatti, è irresistibilmente attratta da questi oggetti e si ferma a contarne tutti i fili. Invece, quando si vuole colpire qualcuno con il malocchio si prende l’impronta del piede impressa nel terreno e la si mette chiusa in uno straccio lasciandola affumicare in un camino. Chi è colpito da tale forma di malocchio si ammala o si annerisce come la propria impronta affumicata…. quando qualcuno avverte dei dolori pensando di essere oggetto di malocchi si procede a fare “l’uocchi”: si prende un piatto con dell’acqua, si pronunciano delle parole “schiattete uocchi” e all’interno si fa gocciolare dell’olio, se le goccie si allargano la persona è affetta da malocchio. Solo dopo il rituale magico i dolori passano.

La Storia di Padre Pio

Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nacque nel borgo medioevale di Pietrelcina, in Vico Storto Valla, da Grazio Forgione e Maria Giuseppa De Nunzio il 25 maggio 1887 e all’alba del giorno dopo venne battezzato col nome di Francesco al fonte battesimale della chiesa di Sant’Anna dal sacerdote don Nicolantonio Orlando. Già dai primissimi anni d’età manifestò il grande desiderio di consacrarsi al Signore, realizzandolo nel gennaio del 1903, allorché entrò nel noviziato di Morcone (BN), vestendo l’abito del Poverello d’Assisi. Dopo gli studi teologici e filosofici, passando di convento in convento, arrivò alla tanto anelata ordinazione sacerdotale il giorno 10 agosto del 1910, nel sacello dei canonici del Duomo di Benevento. Celebrò la prima messa nella chiesa madre di Pietrelcina la domenica del successivo 14 agosto. Lo stesso anno, nel mese di settembre, sotto l’olmo di Piana Romana riceveva le Stimmate che, inizialmente visibili, scomparvero, avendolo chiesto al Signore lo stesso Padre Pio. La malferma salute lo costringeva a permanere nella sua Pietrelcina, dove l’aria nativa attenuava i gravi e persistenti malanni. Vi restò dal maggio del 1909 al febbraio del 1916, anno in cui si trasferì a Foggia per assistere all’agonia della nobildonna Raffaellina Cerase, una delle prime figlie spirituali. Il 4 settembre 1916 era nel convento di San Giovanni Rotondo, per «cambiare aria» a causa delle precarie condizioni di salute. Dopo una serie di licenze e di richiami, trascorsi in prevalenza nell’ospedale militare di Napoli, il giorno 16 marzo 1918 viene riformato per «broncoalveolite doppia agli apici polmonari» e definitivamente destinato al convento di San Giovanni Rotondo. Non tornò mai più nel paese di nascita, ma il ricordo struggente della sua Pietrelcina non lo abbandonerà mai, pur rimanendo tutta la vita nel lontano convento garganico. La gente e i luoghi che furono testimoni delle sue prime ed intense esperienze mistiche, degli incontri con Dio, rivivranno attraverso i «Pucinari» (Pietrelcinesi) che andranno a trovarlo, con i quali si intratterrà volentieri in piacevoli colloqui, rievocando nostalgicamente eventi e luoghi di quella Pietrelcina abbarbicata sul Morgione. Saranno le Sue parole e i Suoi scritti ad attestare l’amore per Pietrelcina e i suoi abitanti: — «Salutatemi la Morgia. Forse la gente cara e semplice di quel tempo non ritornerà più!» — «Non ti chiedo niente; una sola cosa: non facciano ‘scomparire’ (fare una pessima figura) il nostro paese» — «Io di Pietrelcina ricordo pietra per pietra. Molto ci deve stare a cuore il nostro paese. Fate di tutto per essere di esempio a tutti» — «Salutami tutta Pietrelcina che tengo tutta chiusa nel mio cuore. Le benedizioni del Signore scendano larghe e copiose su tutti e tutti si rendano degni delle odierne ed eterne promesse». Alla nipote Pia Pennelli, nata Forgione, riferendosi alle case in Vico Storto Valla e ai luoghi di Piana Romana, dirà: — Vai a Pietrelcina e riordina tutto, perché c’è stato Gesù e tutto è avvenuto là. Dinanzi al sanguinante crocifisso del coro della chiesa del convento di San Giovanni Rotondo la mattina del venerdì 20 settembre 1918 riceveva dal Signore le Sacre Stimmate alle mani, ai piedi e al costato. Un dono che a breve termine richiamò al convento garganico numerose folle di fedeli, curiosi e anche miscredenti. Conversioni, inspiegabili guarigioni e altri straordinari eventi erano all’ordine del giorno. Le Stimmate, però, saranno anche fonte di polemiche e persecuzioni. Verrà visitato da illustri medici e sarà sottoposto a dure restrizioni da parte del Sant’Uffizio, vivendo un periodo molto triste e doloroso (1923 – 1934), non potendo mantenere contatti epistolari, mostrare le Stimmate, adempiere all’esercizio della confessione, dovendo celebrare messa in stretta solitudine in una cappella interna al convento. Nel gennaio del 1929 subisce la perdita della madre Maria Giuseppa che muore a San Giovanni Rotondo tra le sue braccia e nel 1946 assiste il padre Grazio che passa a miglior vita il 7 ottobre dello stesso anno. L’anno successivo cominciano i lavori della più grande opera terrena di Padre Pio, la «Casa Sollievo della Sofferenza», un grande ospedale che diverrà uno dei migliori d’Europa e questo grazie al fattivo e continuo contributo dei numerosissimi fedeli del Padre. Verrà inaugurato il 5 maggio del 1956. Un altro burrascoso periodo attendeva il già martoriato Frate, gli anni infelici della losca vicenda Giuffrè, il «banchiere di Dio» che aveva ridotto sul lastrico la Provincia Cappuccina. Padre Pio ne pagherà le conseguenze con dure misure restrittive, subendo l’umiliante episodio dei registratori posti a sua insaputa nel confessionale. La continua preghiera, l’esercizio della confessione e una condotta di vita strettamente francescana aiuteranno Padre Pio a superare questi momenti di estrema sofferenza. La meta terrena, intanto, si avvicina sempre di più. Il 22 settembre 1968, alle cinque del mattino, Padre Pio, stanco e sofferente, celebra la sua ultima Messa. Il 23 settembre, alle ore 2,30 si ricongiunge a Dio, due giorni dopo il cinquantesimo delle Stimmate, che sul corpo di Padre Pio, appena spirato, sono miracolosamente sparite. La sua salma venne posta nella cripta del convento di San Giovanni Rotondo il successivo 26 settembre.